-la post verità della post-verità del-


Qualche giorno fa, quantità arbitraria per non dire aleatoria di cicli sonno/veglia, ho comprato per la prima volta Robinson, attratta dalla copertina sulla post-verità, desiderosa di spippolarmi il cervello come piace a me e capire un po’ più a fondo questo concetto attualmente (aggiungi leggera accezione english) molto pop, e che ora direi: ontologicamente inconoscibile; oscurità frattale, cavolfiore faustiano. A quanto ho capito – pardon ma non ho studiato filosofia E: l’ho studiata ma troppo poco e troppo tanto tempo fa – la post-verità esiste e non esiste, cosa assolutamente post-vera, dipende da xxxxxxx [tutti baci], è un tipo di assertività personale che però permea, o ha volontà di permeare il reale. Nell’articolo ovviamente si parla anche di media digitali e storytelling, cose che HO STUDIATO, e PRATICATO, quindi ora farò ciò che più si addice al mondo (o all’epoca) della post-verità, cioè declamare la mia opinabilissima opinione, il mio stolto e grezzo parere, e diffondere nel post-etere questo insieme di caratteri, queste stringhe di codice come una gloriosa spora bianca che s’avvia sulla navata del suo destino, immacolata d’innocenza e di tutto il piacere che deriva dall’autocompiacimento nel sentirsi almeno un po’ intelligenti o intuitivi, nell’essere riusciti – come dire – ad afferrare per 15 secondi la coda della mitica lucertola della lucidità cognitiva in questo mondo alterato (poi ci arrivo). A chi si troverà su questa pagina che cazzo gliene frega? Probabilmente niente! Ma io scrivo lo stesso perché è da tanto che non mi sento così furiosamente inneggiare battiti sulla tastiera, e perché voglio essere una cazzo di Millenials, e perché io conto! 1, 2, 3, 4… l’importante è che ci siano LIKE. Soprattutto, lo scrivo perché nella fase storica odierna, è quello che tutto il resto della popolazione, quello che il pianeta e l’universo intero si aspettano da me! Non posso certo mancare e deludere, altrimenti rischierei per passare sul serio per la figlia degenere di una generazione degenerata dall’entusiasmo del “è tutto possibile”, il villaggio globale, viaggi low cost e carriere start up to the stars, al:                                                          [lo spazio bianco è voluto ;)]. E ne approfitto anche per parlare di un paio di idee che mi rincorrono da qualche tempo infastidendomi non poco: stalking cerebrale (cosa che in realtà ho iniziato a fare giusto due righe sopra). WOW. Allora, la prima COSA che voglio dire sugli articoli che ho letto, uno di Baricco e l’altro di Maurizio Ferraris (filosofo), è che non li ho capiti del tutto. Anzi, forse non ci ho capito un cazzo. Però come dicevo – e questa è la cosa che amo di leggere e studiare – mi sento tronfia come un palloncino a forma di BANANA di Warhol di aver fatto dei ragionamenti con la mia stessa testa! WOW! Urrà!

La conclusione a cui sono arrivata è sommariamente questa: la membrana che separava realtà e narrazione è stata espulsa dal sistema come un endometrio obsoleto. Sul nuovo tessuto attecchiscono ora embrioni di ogni tipo. Tutti vivono, proliferano, ciascuna cellula orgogliosa della sua preziosissima individualità. La madre morirà durante la gestazione? O durante il parto?

Prevedo foschi orizzonti d’innanzi a noi, e 3 autunni in un anno (fatto).

Ho pensato questa cosa dell’endometrio obsoleto in ragione di:

  • il corso di semiotica che ho seguito all’università, primo semestre, primo anno, aveva una parte monografica che parlava del concetto di verità nei mondi di finzione. Non ricordo molto, e forse alla fine non ho capito un cazzo neanche di quello, ma era bellissimo. Abbiamo anche studiato elementi di logica preposizionale, (e azzardo: quindi di: programmazione). Vero e falso in realtà sono valori tipo 0 e 1, o qualitativi?
  • così, su due piedi, penso che non penso tanto al concetto di verità, quanto alla realtà. Quella che tocco e vivo, cioè (memoria d’antica pubertà): dolore, gioia; felicità, infelicità; soddisfazione; frustrazione. COSE. Ovviamente tutto può essere spiegato in termini molto più complessi da persone molto più erudite di me. E comunque il tempo di vita è assolutamente troppo breve, quindi in definitiva: non ho voglia di scrivere un qualcosa di troppo articolato. Credo capirete. Primitiva.
  • Tra i pensieri che mi perseguitano c’è quello che – come dicevo prima – ci abbiano cresciuti con un sacco di cazzate, assolutamente gratificanti per l’ego debole e capriccioso di derivazione yuppie/borghese, assolutamente illusorie, ma straordinariamente narrative.
  • In università ho anche seguito un corso monografico di estetica dove si parlava di soap opera.
  • sempre in università ho appreso che “il mezzo è il messaggio” e che le persone, e così gli organi di informazione, hanno la tendenza a convalidare un’opinione, credenza o sistema di valori pre-esistente. Non a metterlo in discussione. Vogliamo essere sempre più conviti di avere ragione, che un po’ equivale a: detenere la verità. Ognuno ha i suoi followers, fellow, FELLONI. Perché fraternizzare con il nemico? Meglio le cricche autoreferenziali.
  • un altro pensiero, anzi, una sensazione è che il mondo mi sia diventato incomprensibile, nel senso di non codificabile. In parte per una differenza di linguaggi: non tutto quello che è analogico/naturale può essere tradotto in digitale/virtuale/artificiale, quindi mi trovo a dover usare due sistemi diversi, e ho l’impressione di non esistere, né di vivere in modo unitario in nessuno dei due; in parte per l’opprimente mole di dati in cui mi si presenta il mondo, e la mancanza di mezzi per selezionarli, metabolizzarli, implementarli. Basti pensare a quanti risultati si ottengono in risposta a una query su google. Una guerra, un assedio, una colonizzazione. Tutte cose che già avranno discussi in molti prima di me. Ma io, qui, lo scrivo per la prima volta. (ahahah. E mettiamoci un’emoticon :P). E questo è in linea di massima il nucleo della crisi, e della cosiddetta, se poi esiste, secondo me, post-verità.

ORA: l’idea che mi sono fatta, in modo più articolato, è la seguente. Che vuoi per la grande quantità di serie tv, telefilm e in generale narrativa a cui siamo stati esposti, quantità di gran lunga maggiore di quella a cui sono stati esposti i nostri genitori (parlo di me nata nel 1984, e dei miei genitori nati nel ’50/’51) e soprattutto, di qualità diversa, si sia iniziata a deteriorare la membrana che separa realtà e narrazione (che poi, magari non è neanche mai esistita ed è solo una mia percezione…). Rettifico: che si sia: MODIFICATA. Noi, nati con la TiVì, le storie le abbiamo viste. E ne abbiamo viste tante e continuamente, con grand FREQUENZA. Vederle proprio con gli occhi, e non per mezzo di un occhio interiore, come si fa quando si legge, o si ascolta. Oltrepassare quell’altra membrana, quella dell’immaginazione, ci portava in un altro luogo/codice/linguaggio privato, che talvolta diveniva pubblico, quando – appunto – si veniva pubblicati. Ma la dimensione visiva/uditiva, non era così preponderante. Insomma, guardando Beverly Hills 90210 forse si è formulata una piccola domanda, poi diventata eufemistica: e se fosse quello il mondo reale più reale? Il mondo in cui dovrei vivere anche io? Da qualche parte forse si vive in quel modo lì, che mi sembra più… giusto? Così forse abbiamo iniziato a pensare che la vita dovesse funzionare grossomodo come lo storytelling di saghe, e beghe e via dicendo. Io ovviamente posso dare solo questa limitata visione delle cose, perché questi 32 anni sono gli unici che ricordo di aver vissuto. Questo già basterebbe per farmi uscire di testa, con domande del tipo: se la mia vita non è così avvincente, se non succedono queste cose, è sbagliata? Mmmmm a questo punto non dovrebbe succedere qualcosa? Cosa posso fare per renderla più avvincente?

Provvidenzialmente, è arrivato il web. Che ha reso reale, o sarebbe meglio dire: realmente virtuale la promessa: tu puoi essere quello che vuoi, tu conti, tu puoi dire la tua, raccontare la tua storia. Non essere solo in questa vita (è difficile farsi degli amici veri). Da qui, ai social. E tutti scriviamo, tutti pubblichiamo. Tutti narriamo. Democrazia. No: Entropia. E non può che aumentare, faustiana e smaniosa. Pato/Pathos/Pornografica. Quasi tutti scriviamo la nostra autofiction. Quello che racconto corrisponde alla realtà? Chissenefrega! Se è pubblico è un fatto, se è un fatto è reale e quindi è vero perché esiste, anche quando dico puttanate, anche quando sono bugie, anche quando poi cambio idea. Esiste ancora una me più giovane che ha scritto cose diverse da questa.

E l’immaginazione? Cosa ne è del mio fottutissimo regno privato? Quello in cui io sola ero sovrana, l’inconfessata landa dell’essenza. Hanno invaso la mia solitudine, il mio sentirmi speciale, il mio essere segreto, in cui potevo far apparire chi volevo e INVENTARE; dove quello che esiste ma non si vede ad occhi aperti, finalmente si manifesta. Non c’è più il mio odore, in quell’erba.

Non solo. E questo c’era già prima di internet, grazie ai programmi di video scrittura: io posso EDITARE. Cosa suggerisce che questa non sia l’unica versione di questo articolo? E che non ne esistano altre? Inoltre, diverse versioni, anche contrastanti, esistono contemporaneamente, e continueranno a esistere – e qui c’è l’altra bomba che fa tremare le fondamenta di noi nati nell’era catodica/analogica – in maniera inconsistente. Esistono, e non esistono, vere o false. Il dilemma di Shroedinger, ma con una, forse due dimensioni in più. E poi ci chiediamo perché ad avere tutti quei fan siano proprio di gattini. Tante, tantissime realtà nate da sempre meno madri, in nidiate massive. Come prospettiva: la sterilità, se si abusa del meccanismo. MEOW.

[il paragrafo più brutto di questo testo] Non sono mai stata né contro la tecnologia né niente (a parte la violenza e il prezzemolo) e moderatamente, banalmente penso che oltre a essere il messaggio, il mezzo sia anche e soprattutto il suo utilizzo… Ma se penso all’evoluzione delle COSE TUTTE sono davvero disorientata, e confusa, e forse ci arrivo adesso dopo aver scritto: non tanto dalla cazzo di post-verità, ma del fatto che mi si parli di post-verità, dalla sensazione di vivere in una dimensione percorsa ad eccessiva velocità da un’entità invisibile e al di fuori del mio controllo, e che quello che credo sia il mio mondo reale, possa essere tanto sia consistente sia inconsistente quanto quello digitale, che potrebbe svanire in un attimo. Volatilizzarsi. O essere cannibalizzato. 404. La realtà è dove si muore sul serio, questo lo so. Abbiamo creato una divinità autoritaria? Se esiste ancora la mia pagina su Facebook sono ancora vivo? A volte mi sembra che il presente non abbia spazio né per sé stesso, né per costruire consapevolmente un futuro. Arrivo alla fine così in fretta… nuova eroina servita in fibra ottica. A tratti mi sembra che il sogno con cui sono cresciuta si stia trasformando in un incubo [ma mi dico: meglio l’illusione infranta che una vita passata a cercare di essere la persona sbagliata] e che inconsapevolmente siamo stati noi a crearlo, a realizzarlo narrandolo un giorno dopo l’altro, nutrendolo di noi, spostandoci sempre più nell’ampio spazio in cui la materia oscura è lo spazio libero di un HD infinito e autopoietico, in cui rischiamo di perdere l’anima. [stucchevole, massì]

La post-verità, secondo me, è questo continua possibilità di aggiornare la realtà in senso narrativo. Ma la vita non è una bozza, anche la brutta è una bella copia, e tu scrivi come scrivi, e il risultato di questo meccanismo è un sentimento post-atomico, liquefatto e indefinibile di frammentazione. Ritornando all’anima: la tortura, lo squartamento, lo sparpagliamento in pacchetti di dati piccolissimi e non più identificabili.

Bene, ora che mi sono fatta un’opinione, posso continuare a guardare il cielo e gli alberi, e concludere con una citazione che susciterà il disprezzo di molti (cinici!), ma che attirerà altrettanti like, e che infine rappresenta per me l’unica soluzione praticabile (a parte le altre che escogiterò, i nobili frutti del mio lavoro, visto che in realtà il mio regno segreto esiste ancora, e ovviamente lo voglio condividere con tutto l’universo esplorato e non, per coerenza) per vivere felice in quest’epoca di presunta e presuntuosa e pretestuosa cosiddetta post-verità. Ed è:

non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi.

[CIT]

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