Lotto Marzo, L’Uomo Nero e Tina Turner


Listening to: Tina Turner, What’s love got to do with it etcetera etcetera.

Mood: paura di scrivere banalità, senso di inadeguatezza, spirito di ricerca, archeologismo sperimentale, necessità catartica, piacere di battere sui tasti e d’espressione, necessità di trovare un modo di iniziare questo testo, di dire qualcosa, forse non voglio dire davvero niente, forse dirò più di quello che devo e me ne pentirò.

[Oggi] è l’otto marzo, giornata in cui siamo chiamati a riflettere sulla separazione di genere nella razza umana. Giornata in cui anche la newsletter Ikea, che vorrebbe promuovere l’abbattimento di tali barriere e la parità, titola [una frase tipo]: “dare opportunità alle donne”, dove basta il verbo, il predicato, a sancire la resistenza di un rapporto di subalternità. Tu ricevi solo perché sono io a concederlo.

Non so, forse gli stereotipi continuano ad esistere perché continuiamo ad usarli. Umanità, essere umano, persona probabilmente sono termini troppo generici perché possano aiutarci a semplificare il relazionarsi tra reciproche differenze. Se non ci fossero stereotipi non avremmo schemi con cui orientarci. Invece così possiamo procedere aggrappati al rovinoso corrimano della certezza. Il nuovo, l’attuale, sono poco digeribili e rappresentabili, richiedono uno sforzo di improvvisazione e questo vorrebbe dire: elaborare continuamente un intero nuovo sistema. Abbiamo bisogno di linee, e forme. Icone.

Lapidi e lacrime bidimensionali. Drag&drop sul desktop.

[/Oggi]

Ieri sera invece ho finito di leggere l’antologia L’uomo nero. Stereotipi maschili raccontati dalle donne, curata da Elisabetta Bucciarelli. Ho l’impressione che qui lo stereotipo non sia della stessa varietà, e che soprattutto non abbia lo stesso uso che ne facciamo nella società. Non un elemento di separazione o una concettualizzazione grezza, non un’operazione di riduzione. Non uno sfogo, non una rappresentazione faziosa. I racconti assomigliano piuttosto scene del crimine, ricostruzioni letterarie che ricercano e simultaneamente espongono sintomi da avvelenamento nelle relazioni. Sei storie di altrettanti uomini che raccontano sé stessi, quasi sempre in prima persona. La loro voce, il loro linguaggio, è femminile, non verosimile, eppure risulta perfettamente credibile, vi scorrono vitalità ed emozioni. Questo mi spiazza. Donne che raccontano uomini e finiscono per scrivere di sé sul corpo di questi uomini neri, uomini-lavagna, uomini che si fanno (o di cui facciamo) sfondo su cui scrivere lezioni, teoremi ed esperienze forse non del tutto comprese, con un qualcosa che sfugge alla logica. Ci si racconta attraverso il transfert con l’altro. La visuale ci racconta storia e stato dell’occhio. Noi che tipo di donne siamo? Siamo donne, una donna o un tipo di donna? Come siamo? Iper esigenti? Stupide? Accondiscendenti? Che non sanno scegliere? Che prima di dare pretendono? Che giudicano? Siamo quella che si innamora dell’apicoltore sapendo già che non durerà, la moglie del macchinista o del doppiatore, la ragazza del rampollo sotto bamba, dello speaker, l’amore mancato del poliziotto o le prostitute improvvisate che deve interrogare?

Sembra ci sia un sottile piacere, un’affezione tutta femminile a queste vicende. Una forma viziosa, una dinamica di attrazione da buco nero – siamo così portate a farci strappare di dosso la luce? preferiamo il potenziale e la bidimensionalità dell’ombra? – a cui proprio non riusciamo a rinunciare: forse perché vogliamo regolare i conti e demolire gli uomini anche a costo di ferirci con le macerie, forse perché siamo prive di una narrativa che possa sostenere lo sviluppo di storie e relazioni diverse. Una delle prime lezioni che mi hanno impartito in tema di scrittura e fiction, è che la felicità non è interessante sul lungo periodo. La vita è ovviamente altra materia: allora perché ci lasciamo confondere? Perché le storie “belle” non ci piacciono, perché abbiamo smesso di volerci credere? C’era così tanto di sbagliato nelle favole? Credere nelle cose belle a volte le fa avverare.

A volte non basta. Forse ci vuole dell’altro.

Credi nel vero amore? 

Ma poi lo senti? Senti amore?

O non senti più niente perché controlli le specifiche di tutto quello che vuoi? 

Sei così profondamente ferita?

Sì.

Non c’è riscatto retroattivo per l’amore mancato o subito.

Avere ragione è un magro premio di consolazione.

Sagge, dobbiamo essere sagge.

Ascolto Tina Turner, forse una delle prime donne che ho ammirato e che mi ha affascinata. Avevo 3 anni o poco più quando mi dimenavo in soggiorno e – pur non sapendo nulla della sua storia e dell’uomo che l’ha umiliata, maltrattata e sfruttata per anni – cantavo I’m a prive dancer, a dancer for money, che nel mio fantasioso anglo-italiano diventava: perché questa, questa fa male. Mi sembrava una tosta, Tina, piena di energia, insomma: una bomba di donna. Pensandoci ora, quello che mi piace di lei e della sua voce è l’assenza di rabbia. Un ruggito libero e fiero, la forza dirompente di una forma di grazia che corre verso qualcosa di nuovo. Senza rancore.

 

 

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