La città è invisibile


Mi sono sempre piaciute le città. Anche solo la parola: città, evoca in me un’impressione paradossale: entropia, folla e istantanea: solitudine. La citazione che introduce L’atlante delle città perdute è di Italo Calvino, tratta da Le città invisibili (che mi sono ripromessa di leggere). Mi sono chiesta allora, più dettagliatamente, quale sia la mia idea di città, in che luogo punta questa parola? Ho subito pensato alle metropoli. Ma Parigi, ad esempio, mi è sembrata un’entità diversa, da città. Parigi è il suo nome proprio, riconoscibile, definita, poco mobile. Parigi mi sembra appartenga a un tempo i cui limiti sono i primi del 900, anche se ovviamente la storia è andata avanti anche lì. Neanche Londra, dove sono stata ben 8 volte e ho anche vissuto per un breve periodo, mi sembra aderente alla mia immagine mentale. Milano, allora, dove vivo? Solo in parte, e più precisamente la parte più recente, oltre alle vie deserte di una piovosa domenica mattina, o di un fondo notte, quando è troppo assonnata e troppo poco operativa per essere quella di sempre, nella sua versione più desolata e quieta, quella pianura gialla che diventa in agosto, insomma: meditabonda. New York? Forse, sì, un poco meglio. Da questo primo passaggio capisco che per me città implica grattacieli, ed estraneità. La grandezza che ti sovrasta. Poi ho scoperto che la mia città è in un moderno bianco e nero, o anche a colori, ma notturna o nebbiosa. La gamma cromatica, in ogni caso, è quella. Mi è venuto in mente un altro libro, allora. Un libro proprio sui grattacieli e proprio in bianco e nero: Megalopolis. Non l’ho sfogliato un’altra volta. Ricordo che la maggior parte delle fotografie ritrae città in cui non sono mai stata: Shagai, Singapore, Montréal… La promessa della città si fa più definita. La città che io ho in mente è questo luogo che mi attende. Una landa di memoria perduta, e accessibile a me sola, quasi per incanto, il ricordo di un futuro non ancora vissuto ma sempre accaduto, trovata in modo aleatorio grazie a un incedere sonnambulo, a un istinto rettile. Il sito di una verità vacua alla maniera orientale di Ku, né interiore né esteriore, da indagare con minuziosa perizia e percezione archeologica, in un errare programmatico e latente.Megalopolis di Martin Stavars

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