Meraviglie del continuum sonoro


Mi ricordo – è un ricordo vago, che ha quasi impressione fittizia, d’angolatura cinematografica – una sera in particolare, in cui ascoltavo storie raccontate per radio. Ero in una casa di montagna, a Veduggio, con un mio amichetto di allora che ero andata a trovare (i miei, amici dei suoi). Avrò avuto 3 o 4 anni, e me ne stavo in questa stanza legnosa e rossastra, incantata, in una specie di asana. Conservo l’immagine di quello che dovevo vedere, senza davvero guardare, un quadro incastrato nella cornice dell’occhio, mentre lo sguardo era rivolto. Rivolto internamente, e altrove, realmente. La stanza era piccola, e legnosa e rossastra per la luce del fuoco che pure non sentivo crepitare dal camino, e la notte senza luci là fuori. Tendine di merletti. C’era una scala a chiocciola che portava chissà dove. La magia di una soffitta tutta da inventare, di una camera da letto piccola piccola, dettagli che posso inventare solo ora. Io me ne stavo con lo sguardo fisso, ma vigile: indaffarato in una frenesia immaginifica, a decorare di visioni mie e solo mie i suoni, le parole che provenivano dalla radio, con il tuning e il volume manuali, con le rotelle. Serviva sensibilità per sintonizzarla. E serviva pazienza per attendere il momento in cui sarebbe iniziata la trasmissione. C’era la consuetudine, il rituale. Non ricordo il titolo della trasmissione. Ricordo solo la sensazione di una presenza ubiqua e biunivoca: quella dettata dalla voce, e quella tracciata dall’immaginazione. Impossibile dire che una fosse più concreta dell’altra. Un rapimento che ti conduce dove solo tu puoi arrivare, anche se prima – prima di quella parola, di quella frase, e di tutte le frasi messe insieme – non lo puoi mai sapere. Forse è lo smarrimento nella familiarità del proprio mistero. Mai. finchéallora. E poi: sempre, da sempre.

Ricordo altri pomeriggi, passati a casa – mia o quella di mia cugina – ad ascoltare fiabe con il mangiadischi. Scrivere oggi questa parola produce la stessa soddisfazione. I pomeriggi erano sempre assolati e con un’impressione verde. Così ricordo. I pavimenti di entrambe le nostre camere erano di parquet e si stava sempre seduti sul pavimento.

Ricordo storie lette ad alta voce quando occupavo metà della lunghezza del letto. La voce di mia madre che era il sonno stesso. Mio padre le storie le inventava, e ricordo sempre il campeggio e le diffuso vociare di cicale in Corsica. Solo dopo andavo a letto.

Poi sono passati almeno 25 anni. E sono passati con sempre meno consuetudini. Ricordo d’estate i film horror dopo il Festivalbar. E X-files la domenica sera durante l’anno. L’on demand ci ha privati della capacità dell’attesa, del suo entusiasmo.  Entità che si manifestano a comando. Amici immaginari e robot. Possiamo avere quello che vogliamo quando lo vogliamo, e quando non c’è campo malediciamo il cosmo tutto. Tutto. L’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re. Nel campo della connessione dati, nel latifondo free wifi… appunto. Il despota infante. Forse è normale avere nostalgia della propria infanzia. Forse siamo vittime del nostro stesso progresso e forse solo chi vive in questo tempo può dirlo. Un po’ limitata come massima.

Poi sono passati almeno 25 anni, e sono dovuta tornare ad essere piccola e smarrita, per essere rapita. Per cogliere di nuovo quella stessa sensazione di bellezza, mentre mi prende e calpesta i suoi passi nella mia testa. Audiolibri, adesso. Dopo tanto tempo ho sentito quello stesso conforto, quel riflessivo navigarsi, l’approdo in un mondo morbido. Ne ho ascoltati tanti. Forse il migliore è stato I Canti Orfici, di Campana. Spesso ascoltando un audiolibro mi commuovo, e sono sicura che sia per l’incantesimo esercitato dal linguaggio. Non per la storia – ok, forse anche per quella – ma per lo stupore che mi produce dentro il suono, l’incedere ritmico del suono, la sua forma, la parola, quell’insieme di segni e arabeschi, quel codice che scorre e forma altri altrove. Si tesse da sé, la storia, senza anticipazione: sempre d’improvviso, con violenza del tutto armonica, il suono si tesse in storia. Un tappeto magico, l’Oriente, un terzo emisfero, la luce verde di un pensiero nuovo, lassù, al polo.

[banalità:] Volo.

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