Una stanza tutta per sé


Virginia

ti scrivo perché mi sembra sano. Ti scrivo dalla mia stanza, dal mio STUDIO. Ti scrivo con una certa riverenza, e un certo orgoglio. La mia stanza tutta per me. In realtà si tratta di una nicchia piuttosto ariosa in un open-space, una stanza seminterrata, più simile a un antro, una tana, che non a una vera e propria stanza – come ad esempio immagino la tua. Anch’io ho la mia libreria, qui. Tutti i miei volumi ordinati, e la musica. Ho la finestra alle mie spalle, e non di fronte, come vorrei. Ma ho un tavolo molto grande, e bianco, su cui ci sono delle belle piante: la mia intenzione è di aggiungerne altre. Cerco di mantenere un ordine, ma ci riesco poco. Lo spazio va occupato. Si occupa da solo [il vuoto attrae pienezza, la pienezza: vacuità, pangea compatta] con quaderni vecchi pieni di appunti che non so se utilizzerò mai, quaderni nuovi e prototipi di progetti appena iniziati, a testimoniare la solida, tangibile presenza di un futuro (!) indaffarato e vorticoso, pagine che si riempiranno di mesi e anni in pochi secondi di timelapse che spero non vedrò mai così compressi, umiliati. Poi: penne, pennarelli, taglierino, hard disk, inchiostro, matite, caramelle, carta di Eritrea. Il posacenere, ovviamente. Perché la mia stanza tutta per me è il luogo dei vizi, delle piccole manie segrete, dei talismani. Ho appeso un poster con uno dei tagli di Fontana, promemoria di inconsuetudine, ignoto, possibilità, ricerca. Poi c’è una di quelle stampe cinesi su listelli di legno [non saprei come altro definirla], che so essere stato vicino alla mia culla, con queste due fanciulle vestite di rosso, in un verde natura. Ho appeso anche un grosso pennello da calligrafia, cinese anche quello, dono di un’amica. Ah: sopra il Fontana c’è un disegno color seppia che raffigura androidi e natura [sono sicura che tu capisca, e riesca a immaginartelo], e sotto a questo il circuito di una vecchia tastiera. Ho anche una macchina da scrivere, uno splendido oggetto, che tengo vicino a me.

Adesso si usa la tastiera.

Pochissimo l’inchiostro, pochissimo la carta.

Adesso cambiare idea, parole, è molto facile. Editare. La tecnologia ha velocizzato la capacità di evoluzione, il miglioramento, ma ha anche normalizzato la tendenza a fare strategie, mentire, occultare.

Credo di più ai parti improvvisi. Nulla riesce mai bene come la prima volta, almeno a me.

La rendita delle tue equivalenti 500 sterline l’anno, e la calma, la stabilità per lavorare con velocità e profitto, non ci sono, ci sono ancora meno, in proporzione al numero e alla quantità delle ambizioni. Sembrano una rara eccezione genetica. L’emancipazione femminile ha cambiato molto, ma non abbastanza. Si è imprigionati perché si è prigionieri, credo, della propria rigidità. Non siamo abituate a reclamare per noi stesse. Però si può fare. Paradossalmente sempre con una forma di rigidità, con la disciplina, e insieme quell’astuta flessibilità che permetteva di scrivere a Jane Austen nella frenesia della sua vita domestica. Insomma, mancano i soldi, e la sicurezza, soprattutto in me stessa. Ma lo spazio c’è.

E se c’è lo spazio, ci deve essere anche il tempo. Di conseguenza: la velocità, il movimento, il farsi di un’immagine, delle parole sulla pagina, del loro suono invisibile, l’eco di tutti questi segni che si compongono e diventano da sé qualcosa che non sapevano di essere e che sarebbero un totale mistero se non li sapessi leggere.

Tu non puoi sapere quanto mi sia mancata questa sensazione.

E quel godere della solitaria aderenza con me stessa. Di sentirmi continuare in qualcosa di sconfinato, e incredibile. L’insieme di tutte le immaginazioni, di tutti quei mille panorami simultanei e impossibili, e quelle vertigini che sono magicamente racchiuse tutte insieme e ciascuna per sé stessa, in qualche punto che è  però è interno e più interno, un ulteriore: dentro. Credo sia proprio la mancanza di agio nell’ottenerla che mi esalta, e le permette di assumere l’ostinata gloria di un atto di ribellione.

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