Finali di merda: The Lobster, Synecdoche NY


Sono rimasta con l’impressione che non esistessero i titoli di coda. The Lobster non ha un finale, ha una fine e un inizio. La fine del tuo essere spettatore, e l’inizio in cui vieni partorito, inoculato in Colin Farrell. Solo che non sei più né tu né lui, né c’è traccia qualcun altro che abbia proseguito con il suo sceneggiare, e tu non sai cosa cazzo fare. Ho spento in fretta. Ho ucciso quella fine intollerabile alla prima inalazione. The Lobster è una visione [+cose che hanno già detto in tanti]  avvolgibudella. Credo sia per via del prezzo che ha il gesto, il prezzo che ha la coerenza di una scelta. Il suo scarno e metodico estremismo. Per l’horror vacui in cui ti lascia, anzi: ti getta. Senza appiglio nell’irreversibilità della sua conseguenza. I tuoi occhi non si sono chiusi, né aperti, ma sei in un risveglio diverso, senza logica. Finché non ricordi. E ricordi poco per volta. Lo rivedi ancora nella tua testa.

Avendo guardato The Lobster prima di dormire sono sicura di aver fatto incubi che non posso ricordare. I sogni hanno il loro montaggio. Il film si replica in maniera sartoriale, con tutti i suoi stacchi, i suoi tagli. La mia giornata editata con final cut. Lunghe lame. La scissione delle lunghe lame del surreale, il paradosso della loro unione fantastica e terrificante: ferisce, taglia, in definitiva ti divide. L’unica versione possibile del giorno è quella esportata. L’incubo è quello.

“Lo sai che stanotte ho sognato Colin Farrell e Rachel Weiz che puntinipuntini?”

Vorrei scrivere di tutto quello che c’era e adesso non c’è più. Non è più neanche memoria. La avvolge e la culla, inafferrabile sostegno gravitazionale. La materia oscura, tutto quel potenziale, tutto quello che potrebbe accadere e invece ancora non accade. Resta lì, con la sua latente, minacciosa presenza.

Fa male constatare la pericolosa prossimità del vaneggiare alla prospettiva del reale. Fa male vedere così esplicitamente la cattiveria che si può trovare solo nella deriva di un gioco infantile. E come il “buono” che ancora resiste debba resistere, e resista, solo riformandosi su quella stessa stortura. Adattandosi a nuovi contorti contorni di male, s’arrampica quel poco di bene. Come ogni cosa vivente e migliore, evolve, s’adatta per sopravvivere. S’abbruttisce in una divisa mimetica per riuscire a preservarsi.

Chi sono quelli che verranno a prenderci?

Verranno a prenderci o ci abbandoneranno alla cassa?

Synecdoche NY istiga al suicidio. La vita passa troppo in fretta. Sai già tutto. Sai già tutto e ti dici che fa niente, che dev’essere un’altra, più imperscrutabile, più inafferrabile, l’essenza. Illudendoti che tanto non passerà poi così in fretta. Che ne hai, di tempo. Tu sei padrone di domani. Ce l’hai. Domani è la tua più insensata certezza. La procrastinazione è l’illusione dell’immortalità. Dimentica. La distrazione. La Divagazione. La Digressione. Crea nuovi problemi che ti tengano impegnato e lontano dal problema e più che dal problema dalla semplice soluzioni. Il risultato è sempre più semplice del testo dell’equazione. Imbrogliati nella smania di perfezione. Crea una matassa frattale in cui imbrogliarti. Annoda il cordone a intervalli che ricalchino la serie di Fibonacci. Allacciati le scarpe con i fili della psiche, con le doppie punte delle tue trecce recise. Dimentica. Che invecchierai. Che non finirai. Ci pattini sopra. Pattina e scivola sulla burrosità delle tue certezze. Arabeschi crudeli e sontuosi. La complicazione e la complessità indicano che sei adulto? O che sei solo vecchio? Muori. Forse il lieto fine si ricava per reazione opposta e contraria. Forse c’è del sadismo nel coltivare fino all’ultimo la speranza che quella vicenda che ti scorre davanti svanisca, s’interrompa e torni più o meno al punto di partenza. Forse invece è una forma d’amore. Un necessario sistema correttivo, e non come potrebbe sembrare una cinica riflessione sull’inconsistenza. Sì, dev’essere la severa geometria della realtà. La messinscena di un futuro da aborrire e riuscire a tutti i costi ad evitare.

Eppure il finale ti svuota di tutto, anche della rabbia per reagire ed emanciparsi. Finisce troppo a lungo. Per tutto il tempo non fa che finire.

Ricominciare. Tornare all’apice del declino. Arrivi alla fine e vuoi una seconda chance, una seconda vita. E se fallissi su tutti i fronti anche in quella? Forse allora è meglio finire e basta. Ma tu: tu volevi fare le prove. Provare e provare. Scrivere bozze su bozze. ancora: editare. Creare versioni migliori. Implori un artificio che dissipi la somiglianza tra te e lui, loro. Basta un cambio di scena e ti trovi scolpiti in faccia i tuoi anni. In un secondo passano gli anni. Lustri calano opachi sul volto. Com’è passato il tempo? L’amarezza di quello stupore… stupido, bestiale. Tonto. Possibile che non ci arrivi? Che ancora adesso tu non ci sia arrivato? Che tu non abbia imparato? Continua a fare domande, il tuo cervello è sempre più gonfio e grande. Attraverso cosa passa quel tempo? E attraverso cosa non penetra? Il tempo.

Quattro applausi in un minuto di silenzio.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...