Il cielo di Dalì


lo vedo dalla finestra, ritagliato in cornici rettangolari, infisso e affisso come un manifesto, una dichiarazione di indipendenza, lo statuto aereo/terroso della città. Il cielo si lancia dallo spazio, proiettandosi nelle sfumature senza alcuna illusione di profondità, ma con la reale mancanza di confini, e sconfina in tutte le sue dimensioni: sulle case, sui tetti delle case, illuminandoli per cotrasto, regolando la luminosità morbida e mortalmente netta dell’occhio geometrico. Cellule di terracotta arrugginiscono, arrostiscono, arrossiscono per l’impudicizia del cielo, per quel pensiero così lucido e pulito, da aprire la ferita senza alcun rischio di infezione. Il vento ha spazzato via tutto: non ci sono nuvole in cui immaginare draghi lanterne sirene, non ci sono impronte digitali per identificare il colpevole. L’omicidio può consumarsi in tutta calma, sotto la piena luce di un sole senza più lancette e rotazione, mentre la luna se ne sta a guardare seduta su una poltrona pallida, dall’altro lato della stanza.

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2 pensieri su “Il cielo di Dalì

  1. Un, due, tre.. mi tuffo.La senzazione non è poi così malvagia. Vado a largo, dove c’è poca gente, dove posso nuotare in mezzo ai pesci, alle onde alte, dove cresce sempre di piu la voglia di raggiungere l’orizzonte interminabile.Ma quando guardo attentamente rivedo quelle nuvole da cui tutti mi voglion trascinare via.

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