La ragazza con la macchia in faccia


La ragazza con la macchia in faccia girava marchiata di un voglioso livido cobalto per le metropolitane e i tunnel e le piazze schivando piccioni chicchi di mais braccialetti dell’amore bambini altezza ginocchia ombrelli a fiocina. Gli sguardi invece – coppie d’occhi come pesci in boccia – non li evitava mai perché erano troppo grandi, come venti e nuovole, e le venivano incontro, si rigiravano per raggiungerla e la avvolgevano come uno zucchero bianco o un alito o una grossa coperta infeltrita. Lo zucchero bruciava per il troppo dolce, e l’alito stordiva per il chiuso poi aperto, e la coperta pizzicava d’insetti. Poi una strana pioggia d’amore cadde dal cielo bruciando, bruciando tutta la pelle. E in quel momento mentre camminava nella piazza ascoltando la musica attenta come una schizofrenia, la ragazza con la macchia in faccia si sentì purificata e guarita da ogni giudizio o sentenza da tutto quel bruciare che bruciava insieme alla musica, la danza dei fuochi fatui insieme alle note, scintille e acidi in quarti e ottavi e ottoni roventi e fiati fiammanti. E ad ogni coppia d’occhi che nuotava indietro per guardarla la ragazza con la macchia in faccia si sentiva un po’ più bella, un po’ più dentro alla piazza, finché non dimenticò la macchia e la macchia non finì per scomparire dalla sua faccia.

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