A scuola di danza #2


Dicevo: a scuola di danza ci insegnano a eseguire anatomie di linee rette, quadranti, ellissi, ovali; l’insegnante ci spinge a osservarle dall’esterno in funzione di controllo, riflesse nelle pareti a specchio sezionate dalla sbarra. Il mio corpo è tagliato a metà, tra il movimento ideale e quello reale che sono in grado di produrre. Malgrado mi impegni duramente – duramente contraendo la muscolatura: glutei, addome, schiena, piedi, duramente cercando di preservare leggerezza, ritmo, in altre parole, GRAZIA – raramente i due movimenti coincidono. La separazione è perfettamente visibile, a me che vedo anche l’interno, l’intenzione, il suo fallimento nell’esecuzione. L’insegnante vede solo il risultato, al massimo la fronte sudata (anche a danza classica si suda) a indicare: impegno.

L’insegnante mi bacchetta con la sue parole asciutte, pesanti come il corpo ma piene della stessa grazia di cui sopra e del movimento ideale, rondini con ali di rasoio, punte con sotto le puntine da disegno. Io mi sento un po’ mortificata dalla scissione dei due movimenti di me, uno nella testa, l’altro nello specchio. Continuo a sbagliare. La memoria entra in conflitto con il motorio, lo sforzo con la sfida. Lo scarto può essere colmato grazie a: attitudine, abitudine. L’unico lenimento per l’errore è la volotà vs la difficoltà crescente, perché la musica non aspetta, la musica va avanti e basta, anche lei con i suoi movimenti esatti, predestinati, mentre io resto un pezzo indietro, persa nella concentrazione, una concentrazione così densa da trasformarsi in paralisi, che quando poi si sblocca, produce cadute, cedimenti delle ginocchia, rigidità da disuso, ruggini articolari, crampi alle dita dei piedi.

Ripeto: attitudine, abitudine, an-deor.

L’argento dello specchio si lucida meglio con l’utilizzo che con qualsiasi emulsione a base chimica.

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