A scuola di danza


Questa’anno mi sono iscritta a scuola di danza. Danza classica, per l’esattezza. Quella con le punte e i tutu – che non so se si scriva così – e tutta quella musica che si flette, che parte e ricomincia ad ogni esercizio, come un assoluto, più che un assolo. Alla sbarra ho sfoggiato i migliori body anni ’80 che sono riuscita a recuperare dall’armadio di mia madre, e uso vecchi collant che non metto più – quelli di oggi: neri a pallini (anzi: ovali) viola – e l’unico paio di scaldamusoli in mio possesso: mi piacciono perché allargando la caviglia sembra che la coscia sia più sottile (anche se si perdono le linee della gamba e oggi mi è sudata la caviglia). Da quando un mio amico mi ha detto che ho il piede da ballerina (il collo pronunciato, quando metto i tacchi non tocco praticamente il plantare, le caviglie sottili), il sogno infranto dalla goffaggine di una bambina in grado di fare al massimo la capriola (la ruota: MAI) è tornato timidamente a farsi sentire, alzando quella vocina come fosse una gambetta tutta tesa. Così, mi sono trovata alla sbarra con il mio body rosa perla-perlato anni’ 80, gli scaldamuscoli, le calze a bolli, uno chignon arragiato e un paio di mezzepunte non troppo comode, a dir la verità, che forse sono un po’ piccole – guardacaso: in punta – perché ho gli alluci lunghi. Mi sono trovata lì, con il culo contratto e la pancia pure, con le spalle tenute basse e il mento in alto-ma-non-troppo, la schiena perpendicolare al pavimento, i piedi piegati in strani modi – e i crampi uando li tendi troppo -, con le mani che cercano di avere una forma che non sia “da strangolamento”, come dice l’insegnate, con le braccia alla giusta altezza, cercando di stare in equilibrio tra il non-è-mai-troppo-tardi e il disagio più profondo, un disagio che si può provare solo in una stanza rivestita di specchi da tutti e quattro i lati il cui unico scopo è: misurare un valore di perfezione sulla carta millimetrata della retina. Mi sono messa alla sbarra come un’imputato, un reo confesso di tutte le proprie sbavature, mollezze, rigidità. Certo, speravo di valorizzare la linea collo-clavicole, e quella gamba-caviglia-piedi, di acquistare grazia e portamento, di rinforzare un po’ questa schienaccia o di sperimentare la fascinazione della disciplina, o di imparare un po’ di francese, ma per quello è meglio andare a Parigi una volta al mese. Il treno parte da Garibaldi e ci mette sette ore e spiccioli e un  giorno o l’altro lo faccio, e poi vado a dormire all’hotel Havana o Central o che altro sperando di beccare la stanza in cui stava Henry e una relativa esperienza quasi-mistica. Quello che ho imparato alla scuola di danza, nelle 6 lezioni finora – oltre al fatto che ragazzine con la metà dei miei anni chiedono in regalo iphone e alla madre rispondono: “certo che voglio il 5, ma ti pare?” è più simile a una lezione di geometria. Ogni movimento è strutturato secondo linee rette, proporzioni, gradi di inclinazione, diagonali, rotazioni attorno ad assi e piani; ogni movimento va calcolato; ogni movimento va controllato; ogni movimento non è altro che una sequenza di forme geometriche agganciate ad altre sequenze musicali>>>matematiche. Ogni coreografia è scomponibile in elementi geometrici puri, in cui la complessità deriva unicamente dal grado di articolazione/elevazione/estensione dei movimenti. L’altra cosa che ho imparato è che per eseguire anche un semplice pliè alla perfezione è necessaria la completa partecipazione del corpo e delle facoltà mentali tutte (memoria, sintonia, empatia controllo), un allenamento alla flessibilità e all’apertura, e che ogni curva è una linea retta modellata e piegata come un cucchiaio tra le mani, e non una linea invertebrata o molle come un pesce; non una perdita di tensione, semmai una tensione crescente. La cosa in assoluto più difficile è tenere a mente tutto quello che dovresti fare in un singolo momento – contrarre la musoclatura, mantenere una certa grazia, seguire la musica, ridordare i passi, eseguirli – e a volte è meglio non provarci e andare a caso, fare un po’ come viene, insomma, perché a volte viene molto meglio. Bisogna cercare di stare in più possibile nel corpo, senza guardare fuori tra tutti gli specchi, semmai, guardare la musica, immaginare di muoversi come si vorrebbe mentre lo si fa (se immaginiamo o sognamo di correre, nel nostro cervello si attiva l’area motoria relativa alla corsa). Lo sforzo muscolare in ogni caso è immane, invisibile, intimo. Basta guardare un balletto tipo il Lago dei cigni pensando effettivamente a quanto possa essere faticoso sorreggere tutto il proprio peso sulla punta di un unico piede, e mantenere l’euilibrio, e quanto sia difficile allungare o stendere o sollevare anche solo un pezzo di gamba, e intanto continuare a sorridere, e saltare, quasi volare come un soffione. E’ incredibile quanta forza serva per essere leggeri.

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