Lussazioni della lingua


Cammino veloce nel sottopassaggio della stazione, perché ho paura di perdere il treno, e perché c’è il solito odore salmastro di piscio abusivo. Vedo chiazze di vernice – più chiara – a rattoppare le pareti – più scure – e occultare scritte a pennarello, e altre scritte a pennarello scarabocchiate sopra, intorno, che strillano come il pubblico di un condannato a morte, già fantasma. Nel suo bianco tutti vedono quello che o chi vogliono uccidere. E lo fanno, uccidono davvero. Il pennarello è diventato la sua punta a scalpello, un taglierino rubato dai banchi di scuola, un sasso stretto nel pugno. Leggo: transfrociodimmerda, figlioditroia, cane, schiatta!; nomi di profeti, partiti, particelle minori.

E soffro. Soffro nel vedere le parole usate così, così messe al muro, la faccia in avanti, e costrette a significare minacciate da un fucile. Soffro nel vederle così riempite di male, di un male che non è loro. Mi si rompono negli occhi, e se mai provassi a pronunciarle mi si lusserebbe la lingua, come la spalla di chi non vuole ammazzare il suo cavallo.

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