Chiavi in bocca, parole in mano con il porto d’armi


La serratura del mio palazzo è difettosa. Dispettosa, più che altro. La chiave non fatica a entrare ma non gira, oppone resistenza. Dispettosa, dicevo, soprattutto quando piove, quando arrivo con il mio carrello della spesa sfondato e carico all’impossibile, sformato, o con le valigie, o quando mi scappa la pipì fortissimo o sto parlando al telefono. Le parole restano sospese tra gli ingranaggi bloccati, catatoniche. Pronto? Mi senti? mi dicono dagli auricolari. Io dico sìsì, stavo solo smadonnando con questa serratura di merda. Ah, sento dire dall’altra parte. Seguono consigli sul contattare l’amministrazione del condominio, sul come girare la chiave. Se sono con qualche amico/a, mi chiedono se voglio aiuto, oppure vogliono tentare anche loro, li sento tendere la mano e strappare la chiave della mia in movimenti immaginari e trattenuti, impazienti, come se fosse la spada nella roccia e non la chiave nella toppa, per diventare Colui o Colei che ha aperto la porta. Una nuova leggenda di quartiere, sconosciuta ai più.

Poi una sera mi pioveva in testa, avevo anche le valigie e mi scappava la pipì, e il suo dell’acqua me la faceva scappare ancora di più, e allora ho detto alla serratura: “vuoi aprirti, puttanella?”, e lei, semplicemente, umidamente, si è aperta. Ecco, ho pensato con soddisfazione, non ci voleva poi molto a convincerti, serratura del cazzo. Succede di nuovo. Si inceppa. Sussurro puttanella con la dolcezza di una minaccia. Scatta, si arrende, mi lascia passare.

Sul letto, fisso il tendone del cielo oltre la finestra e ripenso alle serratura. Anche lei, con le sue lamelle di metallo, con la sua bocca piena di denti asimmetrici, voleva solo essere compresa. Aspettava un segno, una un-safeword che la portasse nella sua zona di pericolo, all’adrenalina, alle ferite, dove la pelle non si inspessirà mai, dove è ancora viva, dove anche i fantasmi sono vivi. Non può farne a meno perché quelle ferite sono la sua faccia. Quelle ferite le appartengono: sono i punti di sutura a tenerla tutta insieme. La serratura vuole essere gentilmente abusata, violata. Solo con il suo permesso, solo con la mia comprensione. Le ficco la chiave in bocca, la fredda canna di una pistola, e lei sa che è così vicina, così vicina alla palude dei suoi desideri, relitti come palazzi, ombre fluorescenti di ectoplasma. Ne sente l’odore, gli ululati, inietta la proiezione di morte negli occhi, ingoia il flusso nero dell’orgasmo. Oh, come le piace avere paura! Facciamo come se.

Io e la serratura del portone ora abbiamo un gioco segreto, e io sento che lei sta meglio ogni volta che glielo dico: PUTTANELLA. Si bagna, scivola, diventa manuseta come una tigre robot. Resiste un po’, all’inizio, solo per sentirselo dire, quel puttanella. La gente mi prenderà per pazza, sentendo che insulto la mia serratura, con quella voce piena di carezze e (s)piacevoli conseguenze.

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