Non posso prenderli tutti?


Davanti alla valigia scoperchiata – i vestiti arrotolati come pergamene, nessuno spazio sprecato, contenitori a scomparsa e sacchettini con dentro le infradito di plastica – il dito premuto sul labbro inferiore forma un punto interrogativo: CHE LIBRO MI PORTO?

All’inizio avevo pensato di portare Vollmann, Europe Central. Ma il peso della carta di questa edizione potrebbe risultare eccessivo, e tutto deve rientrare nei 10 kg del bagaglio a mano. E poi si parla di un’Europa che non è quella che visiterò. Voglio un libro grosso, uno di quelli che siano un viaggio di per sé, un viaggio parallelo racchiuso in n pagine. Cosa meglio di Ulysses? Gli altri malloppi – Underworld, Canti del caos, Infinite Jest – mi sembravano troppo autunnali, troppo lontani, li riservo per quando tornerò alla tana, alle coperte, al the caldo. Joyce, invece, ha attraversato in almeno 4 delle città che visiterò – Zurigo, Parigi, Londra, Dublino. Il tilolo cubitale, lo faceva sembrare ancor più adatto. Eppure non riesco a decidermi: non ho paura che sia pesante, né di non riuscire a seguirlo, ma che semplicemente non sia il libro giusto per questo viaggio. L’Ulisse non è una scialuppa, semmai una nave pirata. Il capitano è cieco, gli occhi coperti da spesse lenti di vetro. Da lontano mi piace, ma non posso dire di conoscerlo.

In Cantabria, l’ultima tappa prima del ritorno, mi aspettano Tropico del Capricorno di Miller e Il debutto, di Pablo D’Ors. Quelli sono adatti, e ne sono sicura. Ma per quegli altri dodici giorni di città?

Mi gratto la testa, guardo a terra, poi in alto, a destra.

C’è la libreria, ci sono i volumi impilati come torri, inerpicate quasi fino al soffitto. Guardo il cofanetto con i diari di Anais, sopra l’altro Tropico, quello del Cancro, che ho già letto un paio di anni fa. Vedo: Diario, volume I, 1931-34. Esattamente il periodo del Tropico del Cancro. Penso a loro due, Henry e Anais, e ogni volta mi rassicurano. Mi siedo sulle ginocchia di Henry, il sorriso storto come il cappello, e lui mi racconta una storia. Mi perdo, mi addormento tranquilla. Anais mi abbraccia, mi dice sempre che “andrà tutto bene”, che “è tutto giusto”, anche se non parla. Li vedo seduti sulle sponde del mio letto, a guardarmi dormire. Voglio bene a Henry e Anais come se mi avessero salvata da un destino triste e misero. Mi sento protetta da loro, abbracciata, sempre. Sono due binari paralleli e complementari che scintillano la via. Utero e prostata. Sangue e sperma. Madre e Padre. Non posso lasciarli a casa: loro sono Parigi, la Svizzera, persino Londra (Henry ha dormito a un isolato da dove dormirò io, e ovviamente il tutto è casuale), di sicuro la Spagna. Li devo portare per forza con me. E Joyce? Non posso lasciare a casa neanche lui. Morirebbe di solitudine, si sentirebbe escluso.

Butto fuori un paio di scarpe, e nella valigia c’è spazio anche per lui.

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2 pensieri su “Non posso prenderli tutti?

  1. Una scelta difficile, talvolta, senza voler esagerare, persino dolorosa: che libro porto? Allora io opto per una variante. Non porto niente con me, ma acquisto un libro nel paese che visiterò, lasciandomi ispirare dal momento, dal luogo, dall’istinto ecc.

    Buon viaggio e buon divertimento. Naturalmente: buona lettura :D

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