Emanazioni e memorie


Una cosa che mi stupisce sempre è che non riesco a sentire il mio odore. Quello della pelle. Neanche a percepire quali variazioni produca insieme ai profumi che indosso [gelsomino, talco, mughetto, spezie, ogni tanto un profumo maschile, muschio bianco, vaniglia, zenzero]. Non lo posso sapere, ognuno ha il naso completamente sordo per sé stesso, credo, a meno che il sudore non lo esasperi, o che un’essenza non lo camuffi del tutto. Ma anche in quei rari casi in cui riesco a percepirlo, a capire che almeno un odore mio esiste, non riesco a capire di cosa sa. Non lo posso neanche ricavare per differenza, facendo un confronto con quello di altri (esseri umani) o altre (femmine). Resta un’emanazione inaccessibile di me, per me, eppure che dice tutto, di me. Il mio odore parla alle mie spalle, bisbiglia da sotto le ascelle, mormora in mezzo alle gambe, contamina la mia casa, i miei vestiti, le lenzuola. Quello che per altri è odore di me, per me non è niente. Non esiste. E’ l’ennesima frase che sfugge al mio controllo, nel sonno. Se ne va in giro, il mio odore, come pettagolo o un ruffiano, a raccontare le mie giornate, la mia genetica, il mio ciclo mestruale, i dettagli più indiscreti. Spiffera tutto, da tutte le parti. Lo lascio perlare, perché so che quello che racconta di me è vero. Non può fare male.

Eppure non posso fare a meno di sentirmi frustrata, per questo, perché amo gli odori. I miei ricordi sono associazioni olfattive. Amo evocarli come incantesimi a occhi chiusi (come ho fatto in questo post che ho scritto per Stefanel Choices), immergermi nella memoria, come in un’ampolla. Basta l’odore, per ricostruire un mondo, un momento, finirci dentro, fin sopra i capelli, che ondeggiano liquidi. E poi c’è questa cosa che gli odori creano attrazioni ancestrali, animali. Scie che determinano traiettorie olfattive, disegnano mappe, punti di incontro predestinati. Declamano compatibilità e conflitti nel loro silenzio. Annuso, sniffo, inalo. Ma quando c’è qualcosa di vero, e giusto, basta un respiro. Prima che possa pensare, l’olfatto è già tornato indietro, scondinzola, si mette a correre, e non posso fare altro che seguire a perdifiato quell’ombra di inconscio. Poi diventa tutto buio, e mi accorgo che vedo lo stesso. Chiudo gli occhi sorvolando gesti automatici.

Così, quando capita, chiedo “dimmi di che cosa so”, ma nessuno sa dirlo. Cercano di descriverlo “sai di…” ma poi restno zitti. Delusa, penso ai miei gelsomini, al glicine, e al sudore, e al tabacco e a un liquore dolce, al ghiaccio e alle luci della città, alla pioggia e ai rovi di more selvatiche, al talco, alle rose, alla benzina, alla terra del deserto, lacrime, sesso. E’ così che vorrei il mio odore. Ne metto qualche goccia sui polsi e sulla giugulare, al posto del sangue. Non esiste nessuna fiala per questo, ma un circuito di alambicchi e vasi sanguigni e cellule e tessuti superficiali. Ogni giorno di vita che passa, l’odore diventa più forte. Evapora, ci concentra un poco sulla pelle. Un bracconiere lo cerca, le narici puntate all’aria come le canne mozze di un fucile.

 

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5 pensieri su “Emanazioni e memorie

  1. Ciao Sofia, bellissimo il tuo post soprattutto perchè mi ci rivedo. Anche io non sarei in grado di definire il mio odore, il mio compagno a volte mi annusa e dice che so di campeggio! Non so mai se prenderlo come un complimento o no! Una donna si aspetta odori come il talco, gelsomino e liquirizia…. non il campeggio! Ma poi qual’è l’odore di campeggio????
    Ciao
    Daniela

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  2. Credo d’averlo capito quest’estate: neonato che piange. Una che lo prende in braccio e lui continua a piangere finchè non lo coccola la mamma. Allora di colpo si calma. Il neonato ha riconosciuto l’odore della madre e dei suoi ormoni. E’ l’istinito che lo guida. Anche potesse esprimersi non saprebbe nemmeno lui descriverlo. Ma sa con certezza che quell’odore è solo della sua mamma. Noi poi perdiamo questo senso e quando riusciamo nuovamente ad annusare la pelle e a riconoscerla, beh… io lo chiamo amore.
    (ovviamente non è che chi non percepisce l’odore della propria pelle non si ama…)
    T’immagini cosa potrebbe succedere se sintetizzassero il tutto in un profumo spray ? No… lasciamolo così, unicamente indefinibile.
    Tra i tuoi libri c’è “Il profumo” di Patrick Süskind ?

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  3. Forse non lo perdiamo, ma non lo capiamo, non lo possiamo razionalizzare e allora lo perdiamo perché non abbiamo saputo capire qualcosa che non si può capire… è una sensazione di riconoscimento.
    Meglio lasciarlo così, sì, altrimenti proveremmo amore a caso, forse, mentre il naso sa ancora scegliere…
    So*

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