I giorni migliori della città


Innanzitutto: qualsiasi momento in cui le persone e le auto, i rumori e le routine lasciano il posto allo spazio e lo spazio è perlopiù aria libera. Quindi Agosto, dopo il primo esodo in cui le auto scivolano come un serpente di lamiera lungo le strade, fuori dai confini, oltre i cartelli su cui c’è scritto: MILANO. Quindi un giorno a caso, in cui non sentire rumori sembra strano e semplicemente: BELLO. Non c’è più bisogno di cercare l’isolamento, perché c’è abbastanza spazio per tutti e nessuno si intralcia. Se qualcuno si lamenta, succede lontano, o in quei posti – come gli autobus – dove si possono concentrare più persone per volta, stravolte dal caldo, dalla crisi, dalla mancanza di soldi e di iniziativa, delle malattie vere e soprattutto immaginarie. Nelle strade dei quartieri – quelli che esistono ancora, come il mio – si può girare pressoché indisturbati. Guardare qualche bici che passa sfarfallando carte da gioco tra i raggi. Osservare faune da bar, gambe già abbronzate di chi è tornata e aspetta di partire di nuovo con il trolley rosa shocking. Un altro cartello CHIUSO PER FERIE, altro spazio per me. Cosa aspetti a sloggiare?

Poi, tra tutti i giorni possibili, scelgo quelli in cui ti accorgi che quest’estate interminabile sta per finire, e finirà, ma non oggi. Resta sospesa, racchiudendo in sé tutta la folle progressione metereologica della stagione. Troppo caldo, sudore, poi nuvole che ti accerchiano come i dolmen di Stonehenge. E tu ti senti al centro, e anche al di sopra, di tutto. Quel tutto che normalmente non riesci neanche a intuire, ora è lì, fuori dalla finestra, indifeso. Potresti farci quello che vuoi, e lo fai.

Ad esempio tenere il volume dello stereo come del solito e accorgerti che la musica si diffonde con un gusto speciale, naturale, abbandonato. I giorni che preferisco sono quelli in cui indosso una vecchia sottoveste azzurina, senza sotto niente, e giro per casa. La luce accecante, pura, che sa di piscina al mattino presto, le gru inattive, le persiane chiuse. Resto stesa a leggere, guardo molto il cielo. Le case, piccoli accenni di vita sui ballatoi. Poi il cielo inizia a coprirsi, le nuvole come un lenzuolo grigiastro. Innaffio le piante, mi lavo i capelli, bevo a canna Pepsi light – che costa 1 € in meno della Coca – con il turbante/asciugamano in testa e saltello sul legno del pavimento. Mi affaccio alla finestra fumando una sigaretta, aspettando di vedere che piove. Una pioggia matura che sa già di vendemmia. Osservo le crepe disegnate dai lampi, sento la pelle che finalmente sembra rapprendersi, riprendere forma, conto i secondi aspettando di vedere il tuono, per capire quanto è lontano il punto in cui è stata evitata – o no – una folgorazione con cui riempire pagine di quotidiani più in vacanza del solito dal diritto di cronaca. Non c’è molto da raccontare nei giorni migliori della città, ed è per questo che puoi assorbire con la pioggia tutto quello che si trascina dietro, e iniziare a immaginare. Ti trovi con i pochi amici rimasti a bare seduti sui marciapiedi. I locali svuotano i fusti di birra. Gli amanti si svuotano addosso gli ultimi umori, prima della separazione, ognuno con i suoi.

Negli ultimi anni, ho smesso di amare l’estate perché non è più come quando ero bambina o ragazzina o studentessa, anche se lavoravo. Non c’è più la tenda a casetta in cui facevamo campeggio, né la roulotte, né l’euforia di aver finito la scuola, il gusto di dimenticarla; non c’è più nemmeno la baita in montagna che aveva costruito mio nonno. E allora a volte preferirei non esistesse affatto. Non posso andare abbastanza al mare, o riposarmi abbastanza, o ballare abbastanza, o respirare abbastanza per abbastanza tempo, e spesso l’idea di dover andare/stare/tornare/ in un lasso di tempo così ristretto – e le chiamano FERIE – genera ansie che quando poi torno sono appena attuenuate. Non si fa in tempo a dimenticare niente, nella bella stagione troppo corta e inafferrabile della città. Lascia solo un alone giallastro sul bianco delle camice e sul segno del costume, come se l’estate ti avesse appena appena sfiorata. Non si fa quasi mai in tempo a godere davvero di niente, in questa cazzo di città. Ma poi, quando arrivano momenti come questo, e vedo le tende che ondeggiano piano, e passeggio per mezzore alla ricerca di un tabacchi aperto, e mi bevo un aperitivo da sola, allora continuo ad amare l’estate, e a pensare che l’hanno prossimo devo andare via a luglio e ad agosto stare qua, per godermi i giorni migliori della città, con il suo immobilismo e i suoi miraggi in mezzo al cemento.

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