Cose che fanno impazzire la gente


Soprattutto, il caldo. Mi sveglio alle 7 con l’occhio impallinato dal raggio di sole che arriva obliquo attraverso al piccola tessera della tapparella. La chiudo ancora un po’, chudo gli occhi, poi li riapro, schiaccio il pulsante del ventilatore. Le pale vorticano un alito sgembo, perché ormai il trabiccolo preso al supermercato non ce l’ha fa più, e sta vivendo la sua ultima estate. Non ha più i piedini, e i fogli di metallo della piantana toccano direttamente terra, lasciando nudi spigoli vivi di lamiere. La testa del ventilatore è bloccata in una posizione innaturale, da frattura. Anche l’asta ha qualche problema. Ma nonostante tutto: funziona. E io posso dormire un altro po’, finché il sole non è davvero troppo alto e mi picchia in testa attraverso uno strato sottile di tetto ondulato, frisé, che fa molto estate di quando ti facevi tante treccine con i capelli bagnati, e gli elastici colorati. Il sole continua a inseguirmi e a schiacciarmi dall’alto, e io non so cosa fare. Vado da una parte all’altra della casa, fregandomene che sono ancora nuda e che l’altra finestra della stanza è aperta. Non sono mica la prima donna nuda sula faccia della terra. Tra le cose che faccio: iniziare libri e arrabbiarmi perché non mi piacciono, lavare i piatti, accorgermi e arrabbiarmi perché l’anguria baby avanzata dalla sera ormai è andata a male e nel giro di otto ore di sonno nella pattumiera, insieme alle bucce, ci sono già nuvole di moscerini che sembrano cenere nera in volo, sollevata dal movimento di aprire/chiudere il corpechio. Poi: sciacquarmi la faccia così spesso che mi tira la pelle, allora mettere l’acqua di rose, bere bicchieri, riempire caraffe filtranti, guardarmi lo smalto sulle unghie dei piedi. Quello sulle mani so già che è rovinato. Tagliarmi stupidamente con un coltello, imprecare per qualsiasi motivo e alla fine imprecare anche senza, mentre ho la sigaretta in bocca e squilla il telefono, imprecare mentre parlo al sudetto telefono, mentre penso a tutte LE COSE DA FARE che mi ammazzano, mentre cerco di fare quelle poche che mi possano SALVARE. Ma solo salvataggi temporanei, perché non riesco a concentrarmi su niente, e mentre passo la spugna in cucina sono già in bagno, e mentre inizia il pomeriggio penso a cosa fare stasera. Mangio qualcosa senza troppa voglia, poi esco, non troppo convinta di cosa fare, con le mie borse pesanti [cose da lavare e pc su cui scrivere mentre le cose si lavano] e penso che la prima cosa che comprerò quando avrò un’altra casa sarà una lavatrice gigantesca, dove potermi accoccolare anche io, come in un dondolo ovarico, da tanto è grande. E poi, quando sono quasi arrivata alla mia lavanderia privata, che è casa dei miei, disabitata per ferie, penso che se c’è un motivo per cui le donne dovrebbero avere un uomo è che non sono adatte a fare troppi sforzi fisici. Un uomo che non porti le borse più pesanti, è inutile, da debellare. Mi sento le ossa tagliate dalle bretelle delle borse. Mi viene da piangere. La solita cazzo di ansia da esasperazione. Prendo la posta, la apro con il tagliacarte d’ottone con la testa di bassotto [orrendo], innaffio le piante, carico la prima lavatrice, metto il foglietto anti-mutande rosa, il detersivo, AVVIO. Sciaf-sciaf. La lavatrice si riempie, ondeggia nel suo mare elettrodomestico. Intanto: faccio la spesa. Il caldo attacca di nuovo, non mi molla, come l’occhio di bue di un’esecuzione-show. Passo davanti a operai abbronzati senza maglietta, in pantaloni arancioni. Uno mi squadra con sguardo ad angolo piatto, facendo basculare testa-occhi-mascella. Sostengo il suo sguardo, perché sono abituata così. Dice: ma che bella con tono umido, appiccicoso. Io gli dico: pensa a lavorare, e mi sento una brutta persona perché pensare a lavorare mi fa stare male. Poi vorrei urlargli “non voglio farti vedere le tette! ho solo caldo cazzo!”. Vado al super, impreco di nuovo per il prezzo delle pesche noci gialle a 2,68 euro al kilo. A Salerno è tutto a 0,99. Al mercato costano meno anche qua, ma ho speso 5 euro per prendere sue cose. Fanculo. Prendo il deodorante: talco, mi godo il fresco delle corsie, sento cerchi concentrici inspessirsi attorno agli occhi. Torno scegliendo la strada che non passa di fianco agli operai. La lavatrice ha quasi finito. La centrifuga mi va di traverso. Ogni volta che prendo le mollette per stendere mi si riapre il taglio sul pollice. Impreco di nuovo, meno silenziosamente. Mi guardo attorno. Dietro le persiano chiuse c’è solo aria buia, che si consuma piano e piatta, senza che ci sia nessuno a respirarla.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...