Cleptomanie da transito


Dopo essere saltata prontamente sul letto a due piazze, imprimendo la forma morbida sulle lenzuola rigide di ferro da stiro, vapore e centrifughe da 1000 giri, la ragazza scioglie i capelli, ci passa la mano per raccogliere una manciata di quelli morti. Tenendoli in mano come un mazzolino di fiori – quelli che infestano aiuole ben rasate – si aggira nella stanza in cerca di un cestino. Il sacchetto è vuoto, ora semi-pieno. Apre tutti i cassetti e le ante del piccolo armadio dove sono ammassati cuscini e coperte supplementari, accende tutte le luci, per segnalare la sua presenza all’esterno dell’hotel, vista pompa di benzina. Vede il cartello VIETATO FUMARE, e due finestre. Le apre, si sporge, spingendo il fumo della sigaretta il più lontano possibile, verso il distributore e la probabilità remota di una scintilla. Getta il mozzicone lontano, calciandolo con le dita. Poi si spoglia, senza tirare le tende. Le auto sfrecciano poco lontano da lei, basterebbe così poco per scoprirla così, nuda, con i piedi infilati nella ciabattine di spugna taglia unica dell’hotel, troppo grandi per il suo 37 e mezzo. Eppure nessuno si ferma, a guardare. Sta aspettando qualcuno? Tira fuori dala valigia tutti i vestiti, le scarpe, il bauletto del beauty case, li sparpaglia nella stanza come se fosse tornata a casa. Quanto ha intenzione di fermarsi, in quella camera? Resta in piedi, immobile, vestita di asciugamani. Quelli no, non li prende mai. Prende solo i campioncini – cuffie per doccia, piccoli rasoi, bagnoschiuma-shampoo, cotton fioc, salviette per lucidare le scarpe. Il calore diffuso dal getto d’acqua annebbia la stanza da bagno, offuscando i contorni del corpo, che si mimetizza nel pallore opaco dell’aria, la nasconde. Canticchia note blu. Le piccole dita si allungano verso i flacononi in miniatura con lentezza furtiva, li afferrano uno per uno. Pieni e intatti, ancora sigillati, il nome HOTEL 153 stampato sulle confezioni con etichette di carta. La ragazza li ripone ordinatamente nel bauletto, non devono rovinarsi con l’umidità. Poi estrae i suoi flaconi di saponi, detergenti, balsami, li abbandona sul ripiano di plastica, per segnare il suo passaggio. Si infila nella cabina della doccia, senza lavarsi. Il getto le picchia in testa, la riempie d’acqua. Il getto si placa. Il corpo sgocciola sul tappetino, l’acqua resta aggrappata alla pelle contratta di freddo. Orme umide lasciano scie sulle piastrelle verso il letto. La ragazza si stende, impregnando a poco a poco le lenzuola. Resta immobile, piena e intatta, sorride guardando il soffitto, aspettando che qualcuno arrivi e facendo finta di niente, se la infili in tasca.

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Un pensiero su “Cleptomanie da transito

  1. scrittiapocrifi

    Mi è capitato spesso di immaginare che la ragazza che fumava affacciata alla finestra fosse in realtà nuda, oltre ciò che era possibile vedere dalla strada. Qualche volta, però, era nuda davvero anche perché non la stavo guardando dal basso verso l’alto della strada, ma dall’altro verso il basso di una finestra più in alto. E quando vado all’Hotel 153 puntualmente porto via qualche trofeo. L’ultimo è stata la cintura di un accappatoio che la mia l’avevo persa o era cascata sul balcone della signora di sotto.

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