Tram-track-crack


Domenica pomeriggio, dita registrate sgambettano sui tasti di un pianoforte. Atmosfere da balera girano in testa, al riparo dalla pioggia, sotto il gran tendone del cranio, come carta di riso e cellophane. I ballerini in coppia emettono sudori e fiati a doppia potenza e pompa di calore, si condesano sopra le loro teste e sotto il tendone, gli arricciano i capelli, gonfiano la messa in piega, poi la appiattiscono lucida e collosa, piovendogli addosso. Rivolgono i palmi verso l’alto, a sentire le gocce che cado, aprono le bocche, indecisi se sbuffare e bere. Poi se ne vanno, tutti insieme, tornano a casa e io esco dalla mia, per vedere com’è fuori, senza muovermi dalla sedia. Indietro, di un paio di giorni. La musica si ferma, le dita riavvolgono i loro movimenti, parole chiave come chiavi d’accesso alla memoria.

Tram. Persone. Osservazione panoramica. Movimenti ad angolo piatto del collo per cogliere la multidimensione di movimenti e volumi, da destra a sinistra Lo spostamento è statico, sul sedile, segue le triettoie mtalliche dei binari, senza possibilità di deviazione. E’ lì che si deve posare lo guardo. Il filtro del finestrino appanna la vista, trasformandola in visione.

All’uscita della metro LANZA fermata LANZA, linea verde, un ragazzo e una ragazza si salutano, frontali come specchi e riflessi. Esitano un attimo, prima di avvicinarsi, stringersi la mano, abbracciarsi, baciarsi sulle labbra.Dev’essere il loro secondo incontro a generare il primo imbarazzo. Poco distante, un uomo anziato incrocia le mani dietro la schiena, scvolando in una postura da sgabello, il bacino che sporge in avanti, le ginocchia piegate, i piedi a triangolo. Resta lì, mentre il mondo gli si muove attorno. Masse scolastiche attraversano la strada senza guardare, ancora convinte che i colori inducano a rispettare gli ordini dei semaori. VERDE vai, ROSSO ferma. Qualcosa di terribile potrebbe accadere a ognuno di loro, e sicuramente accadrà. Il sole resta immobile, all’incirca, come il vecchio, nuvole gli passano davanti agli occhi, senza neanche una piega. La girandola umana continua a girare, senza restituire un soffio di vento, né ricordi. Tutto scivola, il database risulta incosistente: pochi dati sparsi a cui dare interpretazione, nessun profilo completo, a parte la dimensione sociale. Quella personale, estinta. Poi torna qualche ricordo, un frammento, ormai levigato e irriconoscibile. Non c’era mica la funzione colori vividi nella macchina fotogrtafica? Le scie degli aerei disegnano rette insensate nel cielo di gesso. Poi in un vicolo una coppia si bacia, senza appoggiarsi al muro, troppo sporco, davvero. A separarli dal contatto, altri muri, invisibili. E passeggini che sfrecciano nelle vie principali, passando in sequenza nei monitor delle grandi vetrine. Mi sbaglio o tutti hanno alzato i prezzi, prima delle offerte speciali? L’unica via del risparmio, è NON COMPRARE.

Sacchetti di carta sbatacchiano e frusciano su collant color carne 7 denari, pubblicità ambulanti trasportate a mano, le mani poi chiuse, come lo sguardo, quando non vengono chiesti soldi, ma qualche informazione Scusa, è di qua per il Duomo? in italiano stentato. Fortuna che in piazza cordusio si svolgono eventi esotici per spingere prodotti globali, così che si a possa apprezzare ciò che è straniero, sottoforma di costumi arancioni, e copricapo di piume. Guardo indietro, mentre la prospettiva si allontana: un uomo è chino davanti a una ragazza seminuda, il posteriore discinto coperto da un telo/camerino ambulante. Le sistema il vestito da Carnevale di Rio, mentre lei sbuffa sui tacchi, tenendo ben in alto broncio e gli ornamenti di plastica e oro. La gente neanche la vede, passando.

Bande di impiegati si dirigono a passi lunghi verso altari a bancone, per celebrare il rituale mojito e sbagliato dell’aperitivo. Una vecchina aspetta sul marciapiede che qualche macchina si fermi e la faccia passare. Il tacco tozzo esita, sull’orlo della strada, correndo il rischio di precipitare in quei 15 cm di baratro, verso l’asfalto. Ragazze distribuiscono volantini, che non volano nemmeno, fino al cestino Che fine hanno fatto gli aeroplanini di carta? Restano a terra, cadaveri calpestati con indifferenza quali cadaveri? è morto qualcuno? è una tragedia! bisogna parlarne! Scorrono lacrime calde, dietro gli occhiali da sole. In sottofondo, note stridenti di frenate e sterzate e lamenti. Il lutto cittadino, deriso da qualche straniero e due ragazzi, che sorridono guardando negli occhi, e fuori, dai finestrini, verso le strade, oltre mura e circonvallazioni. Siamo quasi arrivati. Non vogliono sapere né cosa, né quanto manca?

Cravatte allentate del venerdì pomeriggio penzolano come lingue stanche e cani ansiosi giochi, le zampe sempre troppo grandi, pronte a spingere pedali e pedate nel culo di chi capita a tiro. Smartphone alla mano, passeggeri e passanti riducono la dimensione tattile dell’uomo, cancellano ad ogni tocco/scorrimento/pressione sul display la voce del verbo afferrare. Gli sguardi non si colgono, sono già a terra.

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