La metropoli nel deserto


Era mancata per molto tempo, la corrente. Lei sembrava immobile, sul divano, i movimenti impercettibili nell’oscurità. Nel calo i tralicci dell’elettricità erano sprofondati nella sabbia, in mezzo al deserto, i cavi spazzolavano il suolo, come corde a riposo, mosse appena dal vento. Il ritmo era latente.

Quando i led illuminarono porzioni circolari di oggetti, i suoi occhi si spostarono fuori dalla finestra, trovando accese le punte dei grattacieli, come lanterne elettriche. L’aria racchiusa dalla cupola di cemento sconfinava nell’illusione della notte, la notte nell’illusione della mancanza di un confine tra terra e cielo. Le ricordava il momento dell’atterraggio a Luxor.

La discesa verso la città era durata – nella sua percezione – almeno metà del viaggio. Ogni agglomerato di luci era “oh, dev’essere Luxor!”, e poi ancora, ancora, ancora, finché la visione non si era fusa in un paesaggio indistinto, sci-volando sotto di lei. Luci verdi rosse blu e gialle brillavano nello spazio, formando costellazioni e nubi terrestri all’incontrario che cos’erano? semafori frantumati in nebulose, incroci lampeggianti dove i daltonici avevano il lasciapassare, dove lo sguardo si rivoltava – in una virata lenta e antigravitazionale – a guardare le macchie di colore proiettate sul retro del cranio Il cranio e l’immensa cupola di cemento non erano forse la stessa cosa? Poi le luci erano diventate sempre più vicine, sfrecciando come comete verso lo scontro, la frenata dell’aereo calcolata per unire terra e cielo nel punto di impatto.

3 notti dopo, ad Assuan – i minareti illuminati come il grattacielo fuori dalla sua finestra – il movimento accidentale degli occhi era affondato nello sguardo del ballerino nubiano, e lei ci era caduta dentro, trovando le stesse luci colorate a lampeggiare a frequenze più alte, il vorticare dei motori a spostare le palme e la sabbia, ma nessuna pista o suolo cui atterrare. Aveva continuato a planare sulla pelle scura e deserta, sospesa per molti giorni lungo il fiume, a sfiorare la lama piatta dell’acqua. Le iridi rosse del ballerino segnalavano la rotta, le due cicatrici angolari sul suo volto le coordinate esatte del coltello e del miraggio.

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