Prigioni di Pixel


non te lo dico, se no mi prendi per il culo. non te lo dico, no, che questa pagina bianca è come stare a 1024xnonmiricordo pixel ci sono altrettanti spettatori, che aspettano a braccia incrociate la mia prima mossa, che sono composti a loro volta da altri n pixel come le conchiglie sono fatte di conchiglie, le forme da triangoli – è per quello che piace tanto la fica? – e le giurie da criminali, tutti bianchi, come occhi a distanza ravvicinata. Squadrati, quadrati. Riusciranno a contenermi? io non me la sono mai cavata bene con gli spigoli, neanche con i miei, soprattutto con i miei, ci vado a sbattere, sempre, nel punto dove fa più male. Un ginocchio, il gomito, l’osso del bacino. Non lasciano tracce, all’inizio, ma diventano viola di rabbia, se per un po’ li trascuro, poi gialli come rose gelose. E alla fine appassiscono anche loro, tornano alla loro terra di pelle, e io torno di nuovo alla pagina bianca, al bianco arcobaleno che non riesco a guardare, che mi fa distogliere lo sguardo perché la luminosità dell’idea è sempre troppo alta per diventare una scritta altrettanto perfetta. Oppure perché potrebbe esserlo, e allora quei pixel bianchi si riempirebbero di nero, del mio, sperma e sangue inchiostro #ffffff, che esce a fiotti, che esce tutto. E a me poi cosa rimarrebbe? Una vena disseccata? E Io poi come potrei sentirmi? Anche io diventerei bianca, bianca come un pixel che si confonde tra milioni, da cui scappare.

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