La porta là in fondo


e poi mi sono spogliata, mezzo alla stanza. Non so perché ma avevo voglia di sentire freddo. Ho attaccato con quella canzone, che si è attaccata alla fine e all’inizio della canzone che avevo in testa, e mi sono accesa una sigaretta. E ho iniziato a muovermi piano, e ho allargato le braccia per sentire un po’ il mio odore. Non ho idea di quale possa essere, sai? I capezzoli hanno iniziato a indurirsi, la pelle a rapprendersi come la patina opaca che si forma su un piatto di minestra. Il caldo che viene da dentro a contatto con il resto del freddo. Fumavo, e mi guardavo in quello specchio bianco, e poi mi sono messa a scrutare i mozziconi nel posacenere come se fosse un oracolo con i denti storti, che biascica masticando un segreto con la bocca aperta.
E sai cosa? In questo momento vorrei che tu arrivassi, semplicemente apparissi, che mi prendessi per mano e mi portassi davanti alla porta che c’è in fondo alla stanza, quella da cui giro alla larga. E vorrei che tu mi portassi proprio lì, vicino, a toccare il pomello, la tua mano sopra la mia mano che la stringe e poi lo racchiude, e allora inizerei a sentire da dove arriva tutto quel freddo. E vorrei che mi dicessi di non aver paura, piccola, e che di colpo – con una schiaffo – aprissi la porta e poi con un calcio alla schiena mi ci spingessi dentro.

E allora io inizierei a gridare battendo i pugni chiusi contro la porta, e gridei ancora più forte per tutto quel buio e tutto quell’umido che mi mettono le mani addosso. E qualcosa mi prenderebbe, e mi farebbe girare con le spalle alla porta e mi costringerebbe a guardare e inizierei a gridare di nuovo, con le corde vocali tagliate, recise di netto da quel terrore assoluto e muto che ti lascia solo sfiatare, quando ti accorgi che di tutte le cose che ci sono dietro la porta lì in fondo, la più agghiacciante, spaventosa è lo specchio in cui vedi il tuo riflesso. E poi vorrei sentirti dietro di me, anche tu risucchiato nella stanza, nel sottovuoto dello stomaco, anche tu strizzato in quel diaframma contratto, in quell’arteria chiusu e in quella gola secca, per scoprire che condividiamo gli stessi mostri, lo stesso buio, lo stesso umido viziato che chiudiamo in cantina, nel sottoscala che scricchiola, in un ripostiglio sotterrato di anima. E vorrei sentirti vicino a me a tremare, fino a sincronizzare anche quel battere di denti e orrori, e balbettii e non detti sentiti e caffè inespressi e il tartagliare atterito del cuore. E allora iniziamo a fraternizzare anche con il serprente che ci striscia sulle gambe, e con il ratto che corre dietro il muro, e con il ragno che ci tesse la tela tra l’occhio e l’orecchio. E a quel punto – a quel punto ti dico – vorrei essere così disperata, da chiederti di infettarmi con quel germe che tutti chiamano Amore.

E ti vedrei i tizzoni negli occhi e sentirei la brace nelle mani, mentre mi tocchi, la mano che si avvicina alla pancia veloce, veloce, miciadiale, assassina, un colpo di taglierino al respiro, ma lenta, i corpi che sono sempre sempre sempre più vicini vicini compenetrati deragliati scaraventati da due onde d’urto divergenti l’uno sull’altro, verso quell’unico punto di contatto. E tutto inzia a girare e la luce esce da tutti i buchi, si intravede dietro la pelle, dietro lo spazio tra ogni cellula, dietro il cranio e le viscere, dietro lo spiraglio della bocca dietro il buco del culo e tra le dita dei piedi e il fumo inventa una danza e io non voglio non voglio più avere paura, non voglio più chiudere tutto quello dietro la porta là in fondo e ho solo voglia di innanomarmi. Innamorarmi, capisci? Di dire sì a tutto. Sì, sì, anche alla porta là in fondo.

E nell’esatto momento in cui mi infetti, trasmettendo l’Amore per contatto di labbra e lingue e carni e fluidi, trascinati a terra proprio nel buio e nell’umido, tutti quei mostri e demoni e serpenti e ragni si incendiano e diventano torce, torce con cui appiccare un rogo e uscire bruciati vivi dalla stanza che c’è dietro la porta lì in fondo. La pelle vecchia che si stacca attaccata ai vestiti bruciati e alle maschere, e resta solo lo scheletro di quello che è vero e la sua forma Originale. E quella parete che divideva la stanza dietro la porta lì in fondo dal resto della casa, beh, brucia anche quella, e la casa diventa più grande, un unico grande spazio di pareti bianche e lingue di fuoco, e la loro ombra nera che sfuma, che ci offre un passaggio graduale, senza gradini, senza sbarre, barriere e livelli, oltre la porta lì in fondo.

Non serve nemmeno la chiave.

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2 pensieri su “La porta là in fondo

  1. MAle

    AAAAARRRGGGHHHHH!!!!!!
    Quando nella testa c’è una domanda (anche non ancora perfettamente conscia, a volte) ti arrivano messaggi che la ribadiscono, la ampliano e a volte danno anche risposte.

    Grazie perchè hai espresso in questo scritto come mi sento ora.
    Mi ci sono ritrovata e forse qualcosa ho anche chiarito.

    ciao

    Mi piace

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