Riversarsi


come il suono che cade dalla campana
una goccia d’ottone
che attraversa il paese

un conato di vita
un eco e un’ora

sbrodolarsi addosso
e poi intingere il pennello
la faccia e le dita

e ogni cellula urla
in sterofonia
la stessa cazzo di musica di metalli e bassi e fiati e seghe a mano

e poi riversarmi nell’aria come la polvere
di un muro ammazzato
che ottura il respiro
finché non sputo
sull’asfalto
quell’unica traccia di vita
indigesta e
impermeabile
alla morte

e allora riversarsi
e drenare
e svuotare il corpo
di tutti i suoi organi
su un lenzuolo
e
la gabbia vuota
aspetta il suo fringuello
lascia il taglio aperto
si rannicchia
abbraccia il cuscino e
si raccoglie
diventando solo un punto
sul fondo del letto

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